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  • L'incontro con un artigiano locale per scoprire i segreti di un'arte molto antica
  • L'incontro con un artigiano locale per scoprire i segreti di un'arte molto antica
31-05-2010 | Persone | di Gabriele Sardu
Ottana - Maschera Boes e Merdules (InSardegna.tv)Il legno senza forma e l’amore per le tradizioni della propria terra. Nascono da questi semplici elementi le maschere di Ignazio Porcu, 32 anni, di Ottana, comune al centro della Sardegna. Le maschere sono quelle del carnevale, dei Boes e Merdùles, le cui origini affondano davvero nella notte dei tempi. Teorie, studi e leggende corrono parallele e parlano di una rappresentazione antica e simbolica, legata probabilmente al mondo greco, ai bagliori della scrittura.
«Sono questi tratti arcaici ad attirare i turisti di ogni parte del mondo – inizia a raccontare Porcu – scorgono una cultura arcaica e misteriosa, mantenuta inalterata nel tempo (la sfilata del carnevale di Ottana si è interrotta solo un anno, durante la seconda guerra mondiale). La forza della maschera è inspiegabile e davvero forte».

Va bene la tradizione, ma come nasce la voglia di creare le maschere?
«In realtà già quando sei piccolo, i genitori ti regalano il corredino per vestirti da Boes e Merdùles. A Ottana i bambini non usano maschere di Zorro o Superman. Il costume tradizionale è quello e i ragazzi se lo portano dietro per sempre. Certo è che tra indossare le maschere e farle con le proprie mani c’è una bella differenza».

Anche perché non esiste una scuola o qualcuno che te lo insegni…
«Ma ci sono gli anziani che conoscono tutti i segreti. Da sempre rimanevamo incantati ad osservare le loro mani, capaci di fare vere e proprie opere d’arte. La mia prima maschera l’ho realizzata quando avevo 13 anni. Nessuna esperienza, ma quando avevo provato, avevo visto subito le mani muoversi con una certa sicurezza. Non ho proseguito nella produzione. Per molti anni ho solo sfilato con l’associazione culturale “Sos Merdùles bezzos de Otzana”. Poi è successo qualcosa, come se quella maschera dopo tanti anni mi avesse richiamato. Insomma, ho ripreso a realizzarle e non ho più smesso. Si tratta più che altro di una passione, il mio lavoro è un altro. Sono un tecnico manutentore nella zona industriale di Ottana».

È comunque un modo per arrotondare lo stipendio?
«Si e no! Non vendo a tutti i costi le mie opere. Arrivano a me col passaparola, ma non sono di quelli che insiste. Se si vende, bene! Altrimenti le maschere le tengo per me. Con ognuna di esse c’è una sorta di legame…».

Come nasce una maschera?
(Porcu sorride e fa capire che si tratta di un processo complesso e lungo) «Bisogna partire dalla scelta del legno. La maschera vera, quella più rara e preziosa si realizza utilizzando su pirastru (il pero selvatico). È una qualità adatta per la lavorazione e l’intaglio, dura un’eternità, non presenta imprecisioni e non si spacca. Non è facilmente reperibile, cresce solo in alcune zone. Non si può dire raro, ma certo non è diffusissimo nel territorio. Si deve fare attenzione anche al periodo in cui si taglia l’albero, preferibilmente da settembre a marzo, quando cioè la pianta è a riposo. Da ciascun albero si ricavano due al massimo tre maschere e sono necessari 5/6 mesi di stagionatura. Solo dopo si possono iniziare i primi tagli».

Che significa plasmare opere uniche?
Il prodotto artigianale ha questa caratteristica. Non c’è un pezzo uguale all’altro. Variano le forme, i dettagli, le decorazioni, i colori. A proposito, i colori dei “Bòes” sono naturali e vengono ricavati da un particolare procedimento che richiede precisi tempi di cottura. Di sicuro è molto particolare la morfologia espressiva del “Merdule”. Un ghigno sofferente, a metà strada tra un crudele sorriso beffardo e la smorfia dolorosa di chi patisce una sofferenza».

In media quanto tempo si impiega per realizzare una maschera?
«Diciamo che non c’è una durata standard. Comunque non meno di 5 giorni, in ciascuno dei quali si lavora per otto ore. È un lavoro che richiede molta pazienza e tranquillità: si procede senza fretta, cercando di esprimere al meglio quello che uno sente dentro in quel momento. Una volta pronto il pezzo da sagomare, si inizia a dare i primi colpi: una mossa tira l’altra come se ci fosse un telecomando o un programma prestabilito. Si usa “s’ischeone”, una sorta di zappetta artigianale. Può sembrare impossibile ma il pathos espresso nei volti delle maschere, risente molto dell’umore dell’artista, in quel momento…».

Il tratto più caratteristico del carnevale di Ottana?
«Ce n’è uno ed è la spontaneità. Chi sfila lo fa perché sente di farlo in quel momento. Non perché c’è un pubblico o una manifestazione particolare. Si esce di casa e si cercano gli amici che condividono quest’occasione di festa. Ma già dalla mattina c’è “s’ammoniu”. È un clima particolare che si respira nei momenti che precedono il carnevale e la sfilata. Ci s’intende con sguardi e gesti. La magia delle maschere di Ottana è frutto anche di un mistero che va avanti da secoli. L’equilibrio tra il bene (il merdule e cioè su “mere de ule”, letteralmente il padrone del bue) e il male (su boe, il bue). Il padrone cerca di tenere e acquietare il suo animale, disobbediente e scalmanato».

Qual è il segreto delle emozioni che suscitano i Boes e Merdules non solo a carnevale, ma a Sassari per la Cavalcata sarda, ad esempio?
«Senza togliere niente ai costumi e ai cavalli, spina dorsale della festa della bellezza, l’immutata tradizione conservata dalle nostre maschere non può non catturare l’attenzione di chi ammira con rinnovata curiosità le figure che sfilano, creando – di sicuro – movimento, trambusto e un po’ di turbamento…»
Galleria fotografica
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